agrumi

Gli agrumi da salvare (anche per la nostra salute).

Gli agrumi sono frutti con un’incredibile variabilità che va ben oltre i tipi noti, come arance e limoni. Esistono ibridi, specie rare, dimenticate e ornamentali. Sempre ricchi di proprietà benefiche

Di Vita&Salute

Limetta, Lumìa, Calamandrino… non sono bizzarri nomi di fantasia, ma esempi di frutti rari appartenenti alla famiglia degli agrumi. Ognuno di loro può dare tanti benefici alla nostra salute. Ecco dove si possono (ri)trovare per difenderli dal rischio di scomparire.

Il mondo degli agrumi è sorprendente. I loro frutti possono assumere le forme più bizzarre e passare dai formati mini a quelli maxi; ma, soprattutto, possono vantare un albero genealogico straordinariamente ristretto. Il pomelo, che è tra i più antichi agrumi al mondo, ha dato origine a questa incredibile discendenza insieme a cedro e mandarino, con il contributo di piccoli “confratelli”: kumquat di alcune specie e Citrus micrantha. Queste piante hanno in comune una particolare combinazione genetica che facilita le mutazioni, tanto naturali quanto artificiali.

Tutto ebbe inizio nell’Asia meridionale e orientale, con resti fossili trovati nello Yunnan (Cina). Il progenitore aveva inizialmente solo piccole bacche, da cui con il tempo e la domesticazione si sono sviluppati frutti ricchi di polpa. Oggi si distinguono tre generi principali di agrumi: Citrus, il più ampio e diffuso, cui appartengono i tipi più noti, come l’arancia e il limone; Poncirus, cui appartiene solo l’arancio trifogliato; Fortunella, comprendente il kumquat.

Gli agrumi arrivano con gli arabi

Gli agrumi arrivarono in Europa alla spicciolata, con gli arabi. Nel I secolo i romani già conoscevano il cedro, il limone e l’arancio amaro, ma non quello dolce, che si diffuse nel XVI secolo grazie ai portoghesi. Le piante trovarono presto un terreno di crescita ideale nelle regioni meridionali, ma con il tempo si ricavarono uno spazio anche in quelle temperate, grazie ad apposite serre (aranciere e limonaie) che proteggevano dal gelo invernale. La moda la lanciarono nel XVI secolo i signori di Firenze, i Medici. Ancora oggi, i giardini medicei toscani ospitano un centinaio di vasi di agrumi, tra cui spicca l’insolita bizzarria (C. bizzarria), una sorta di arancio amaro che produce tre differenti agrumi, simili a un cedro, a un limone o a un arancio, ma anche un incrocio fra i tre: quasi un’icona del mondo variegato e curioso degli agrumi, costellato di alberi decorativi con foglie profumate, di frutti colorati e spesso fragranti, mostruosi o belli, lisci o rugosi, piccoli o grandi, di gusto squisito o allappante. Un mondo in cui proveremo ora a fare breccia.

Di tutto un po’

Arancio amaro (C. aurantium). Il frutto ha polpa molto amara, consumata solo sotto forma di marmellata. La scorza contiene un olio essenziale dalle proprietà toniche, digestive, antisettiche, carminative e lievemente sedative.

Arancio trifogliato (Poncirus trifoliata). Questo bell’arbusto ornamentale e molto spinoso, che forma siepi impenetrabili, tollera bene il freddo. Ha frutti piccoli, giallo-aranciati a maturazione, con la buccia vellutata e profumatissima. Non vengono però consumati perché la polpa è acida e amara, piena di semi.

Bergamotto (C. x bergamia o C. aurantium subsp. bergamia). Questo agrume, i cui fragranti frutti sono gialli a maturità, è forse nativo della costa calabrese e derivato da un incrocio tra limetta e arancia amara. La scorza, impiegata per realizzare canditi e profumi e per aromatizzare piatti dolci e salati, contiene un olio essenziale deodorante e antisettico, utile contro ansia e depressione. La polpa, anch’essa aromatica, viene spremuta e mescolata con altri succhi di agrumi o aggiunta a diverse preparazioni.

Calamandino o mandarino nano (C. microcarpa). Bell’alberello ornamentale, probabile ibrido con il kumquat, produce piccoli frutti simili a mandarini, con polpa asprigna e buccia aromatica. Congelati interi, i calamandini diventano originali e saporiti ghiaccioli da aggiungere all’acqua o alle tisane.

Chinotto (C. myrtifolia). I frutti di questo alberello, piccoli e aranciati, hanno una polpa acidula e amara usata per produrre bibite.

Citrus micrantha. Tra le progenitrici del lime, questa pianta dai fiori piccolissimi è originaria delle Filippine. I nativi usano il frutto, ovale e verdastro, per lavarsi i capelli.

Kaffir lime (C. hystrix). Alberello spinosissimo oriundo del Sudest asiatico, ha frutto simile al lime, con buccia verde e rugosa, e polpa poco sugosa ma profumata e aromatica. Nella cucina orientale si usa quest’ultima insieme alle foglie, che hanno fragranza di limone.

Kumquat, mandarino cinese o del Giappone (Fortunella margarita). I frutti ovali o tondi – grandi come olive – di questo piccolo agrume si mangiano interi; hanno polpa acidula, scorza dolce e profumata.

Limone caviale o finger lime (C. australasica). Sono i fruttini simili a piccole salsicce dalla buccia rossiccia, verde o bruna di un alberello australiano. La polpa è fatta di tanti granellini rossi, gialli, rosa o verdi, croccanti alla masticazione e dal gusto acidulo di limone; questi decorano i cibi e ricordano il caviale nell’aspetto (e nel prezzo).

Lumìa (Citrus x lumia). Agrume tipico siciliano, la lumìa ha frutti simili a limoni ma di forma meno regolare, tondeggianti o a forma di pera. La buccia, che ricorda quella del limone, può essere liscia o irregolare. La polpa ha poco succo ma ha un gusto gradevole. L’albedo non si consuma.

Mano di Buddha (C. medica var. sarcodactylus). È un cedro i cui frutti, per una malformazione naturale, hanno lunghe protuberanze simili a dita. La buccia, gialla e spessa, non ha praticamente polpa. La scorza è talmente profumata che in Cina è usata come deodorante ambientale. In Italia ha un impiego decorativo e aromatizzante; le “dita” a pezzetti, private della parte bianca, possono guarnire insalate o  bevande.

Mapo (C. tangelo). Questo ibrido pompelmo-mandarino ha frutti con una sottile buccia verde, polpa aranciata e succosa, acidula e profumata.

Papuana (C. macroptera). Spontanea in Nuova Guinea e Filippine meridionali, la pianta si è diffusa in Polinesia perché il frutto tondo e verde, giallo o aranciato, forma una schiuma in acqua ed è usato per lavare vestiti e capelli.

Pomelo (C. maxima). Questo albero ha frutti che possono arrivare fino a 10 kg: dei pesi massimi con una spessa buccia giallo-verde e polpa dello stesso colore o rosa. Nel Sudest asiatico, area di origine, sono usati al naturale e in cucina (buccia compresa); i fiori aromatizzano il tè. I frutti più succosi sono pesanti rispetto alle dimensioni. La lanugine interna va eliminata; lo stesso vale per la pellicina dura e amara intorno agli spicchi. Per il gusto, la polpa ricorda il pompelmo. Come il suo discendente, il pomelo può interferire con l’assorbimento di certi farmaci.

Pompìa (C. limon var. pompia). È un agrume diffuso solo nel nuorese ed è un presidio Slow Food. Simile a un cedro e pesante fino a 700 g, il frutto cresce su un albero simile a un arancio, spontaneo nel territorio. È forse un ibrido naturale risalente addirittura al Medioevo; se ne ha testimonianza dal ‘700. Le coltivazioni attuali sono bio. Sa pompia, come è chiamata in sardo, ha scorza giallo vivo e bitorzoluta, ricca di oli essenziali utili per le vie respiratorie, oltre che per alcuni problemi ginecologici e gastrointestinali. Se ne ricavano dei liquori, le aranzate (dei canditi) e un elaboratissimo dolce candito al miele (Sa pompia intrea, che può essere anche farcita con mandorle tritate); richiede sei ore di preparazione ed è tipico delle grandi occasioni. La polpa, acidissima, è usata solo per lucidare i metalli.

Rangpur (C. limonia). Ibrido tra limone e mandarancio (forse di origine indiana; diffuso in Brasile, India, Bangladesh), ha frutto arancione-rosso, molto succoso e acido, usato nei paesi di origine per cucinare ma anche per lavare piatti e vetri.

Satsuma o myagawa (C. unshiu). Originario del Giappone, ma coltivato anche in Italia, questo mandarino resistente al freddo ha frutti dalla polpa molto succosa, dolce e priva di semi.

Yuzu (C. junos). Probabile ibrido tra pompelmo e C. micrantha, lo yuzu è una pianta che resiste alle basse temperature. Produce un piccolo frutto molto apprezzato nelle cucine giapponesi e coreane, e di recente in quelle occidentali. Giallo a maturazione, l’agrume ha buccia irregolare particolarmente profumata. Questa e il succo, di gusto acidulo, vengono usati per insaporire alcune salse giapponesi. Nella cucina occidentale sono utilizzati per ricette dolci e non.

Alla ricerca nei vivai

Purtroppo, tranne che al Sud, dove gli agrumi hanno trovato un terreno d’elezione, queste piante non sono così diffuse nel resto d’Italia. Per rimediare, se abbiamo una piccola serra fredda o una stanza luminosa e non riscaldata, possiamo acquistare piante di un paio di anni nei vivai specializzati. È utile anche riscoprire le specie locali e stimolarne la commercializzazione con la domanda; paradossalmente, oggi è più facile conoscere la strana mano di Buddha piuttosto di una pompia o di una lumìa, e ben pochi sanno che l’esotico lime un tempo veniva coltivato anche in Sicilia e Calabria con il nostrano nome di limetta. Italianissimi sono pure il bergamotto, che cresce solo in Calabria, e il chinotto, coltivato sempre in Sicilia e Calabria, oltre che in Toscana e Liguria (da cui proviene il Chinotto di Savona, presidio Slow Food).


AIDO ringrazia Fondazione Vita e Salute e la Chiesa Cristiana Avventista che con il suo 8×1000 sostiene la promozione di un percorso di informazione e sensibilizzazione sulla prevenzione e insieme un gesto concreto verso la promozione della cultura del dono.

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