Viviamo troppo comodi e non stiamo meglio

Un recente saggio mette in evidenza come l’essersi circondati di ogni comfort non migliora la nostra salute, mentre un buon bilanciamento tra fatica e riposo ci rende più sani e sereni

di Vita e Salute

Tutti amiamo le comodità. Ma siamo sicuri che siano la cosa migliore per noi? Che la fatica, lo sforzo e magari anche qualche inconveniente non siano preziosi per il nostro benessere, fisico ma anche psicologico? A sollevare l’interrogativo è Troppo Comodi (Roi edizioni, pp. 334, € 24,00) un saggio americano da poco uscito in Italia. L’autore Michael Easter, giornalista specializzato in fitness, ha vissuto in prima persona un’avventura in ambienti estremi, che racconta alternandola con il resoconto degli studi sul tema per segnalare i pericoli di una vita senza sfide. In realtà, ricorda Easter, i comfort sono entrati nella quotidianità della nostra vita da poco più di un secolo. Per millenni abbiamo vissuto diversamente, esposti agli elementi e ai pericoli. Eppure oggi, nota l’autore, lo stress acuto di cui soffrivano i nostri antenati è stato rimpiazzato da uno stress cronico legato al lavoro, alla carriera, agli obiettivi che vogliamo raggiungere. E il risultato non sembra ottimale, come emerge da un numero crescente di studi. Come quelli di Mark Seery sul concetto di indurimento, in inglese “toughness”: “L’idea”, ci ha spiegato il ricercatore, docente all’università di Buffalo, “è che fare fronte a situazioni difficili ci aiuti a sviluppare capacità che ci mettono in condizione di gestire queste difficoltà, ma anche di affrontarne di nuove”.

Tempo per riprendersi

A renderci più forti non è solo la necessità di far fronte a eventi stressanti, ma il modo in cui li affrontiamo: “In un certo senso è quello che avviene per l’allenamento fisico”, prosegue Seery, “dobbiamo sottoporre il nostro corpo a stress di breve durata, ma se non facciamo attenzione ad avere tempo per riprenderci rischiamo di indebolirci invece di rafforzarci. La stessa cosa succede con la nostra mente: non ci si ‘indurisce’ senza stress, ma esperienze stressanti senza la possibilità di recuperare possono sopraffarci. Il segreto è fare tutto con moderazione”, continua Seery. “Abbiamo bisogno di riposarci, e anche di comodità. Ma oggi sappiamo che se non sperimentiamo qualche sacrificio perdiamo opportunità importanti per metterci alla prova ed espandere le nostre capacità”.

Riti di passaggio

Tra gli studi descritti da Easter ci sono quelli sul misogi, un’espressione giapponese originariamente usata per una pratica marziale basata su tuffi o bagni in acqua fredda, che oggi invece definisce più genericamente esperienze estreme, sfide complesse – si calcola un 50% di possibilità di successo – che ci mettono ala prova. Esperienze in qualche modo simili ai riti di passaggio presenti in varie culture, e che forse, ricorda Easter, potrebbero aiutarci ad accedere a quella condizione di flow, di benessere e autorealizzazione, descritta da uno di fondatori della psicologia positiva, Mihaly Csíkszentmihályi.
Ma c’è anche altro: le ricerche di David Levari dell’università di Harvard mostrano che se non abbiamo motivi reali di preoccupazione, tendiamo a crearceli, rendendo sempre meno accettabili piccoli contrattempi. E rendendoci eterni scontenti. Mentre una volta soddisfatti i bisogni fondamentali – una casa, cibo a sufficienza, un’automobile – ci ricorda Easter, non è per nulla detto che un eccesso di beni materiali contribuiscano alla nostra felicità.
Eppure per tutta la nostra storia abbiamo cercato di stare meglio. Come si spiega, visti i risultati? “È una domanda interessante”, osserva Seery, “forse possiamo dire che per gran parte della nostra storia la vita è stata davvero difficile, e vivere ‘troppo comodamente’ era semplicemente impossibile. Adesso per la prima volta esiste questa possibilità, anche se solo nei Paesi sviluppati e, sfortunatamente, non per tutti. Ed è per questo che può essere utile cercare le occasioni per affrontare qualche sacrificio: pensiamo ai problemi legati all’inattività fisica o all’eccesso di cibo. Il che non significa, naturalmente, che dobbiamo deperire o esporci alla violenza.

Manca il contatto con la natura

Non si tratta solo di fare fatica ma di vivere a contatto con la natura. Sono sempre più numerosi gli studi che mostrano come l’affollamento delle città non sia il nostro ambiente ideale e come la natura, soprattutto se incontaminata, sia benefica, “una sorta di benzodiazepina biologica”, spiega Easter. I cui effetti benefici sono noti dall’antichità e oggi vengono tradotti in pratiche come il bagno di foresta studiato dai giapponesi. Altre ricerche mostrano che una passeggiata di venti minuti in un parco tre volte la settimana basta a modificare la struttura del nostro cervello e ad abbassare i livelli dello stress. “Attenzione anche all’uso compulsivo di social e media digitali”, avverte Easter: “Sperimentare la solitudine e la noia può aiutarci a sviluppare produttività e creatività”. E paradossalmente anche familiarizzare con l’idea dell’inpermanenza e della morte, che la nostra società tende a respingere, può aiutarci a vivere meglio: “Non è forse vero”, nota Easter, “che nel Paese considerato il più felice al mondo, il Bhutan, la morte fa parte della vita quotidiana?”.
Intanto le esperienze di questo tipo si moltiplicano a vari livelli: pensiamo a The Kilted Coaches (https://thekiltedcoaches.com/), due ragazzi scozzesi che mostrano nei loro divertenti video come la natura possa offrire strumenti a sufficienza per allenarsi (lo slogan è “chi ha bisogno di una palestra quando abbiamo la Scozia?”). Seguendo la filosofia del rucking di cui parla Easter, l’allenamento con pesi su terreno irregolare nato in ambiente militare e oggi utilizzato per combinare allenamento aerobico e di resistenza – meglio se con un peso di forma irregolare – e aiutarci a uscire dalla nostra vita troppo sedentaria.

Regole d’oro: come sperimentare una sana fatica
  • Secondo gli studi più recenti bisognerebbe trascorrere in mezzo alla natura almeno venti minuti, tre volte alla settimana. Proviamo a farlo ogni tanto, con uno zaino in spalla e portandoci dietro l’acqua e uno spuntino per mangiare in mezzo al verde invece di puntare su rifugi e trattorie tipiche.
  • Anche in città si può trascorrere qualche ora al parco, magari lasciando da parte il cellulare per osservare quello che succede intorno, e accorgerci della natura che ci circonda e dei cambi di stagione.
  • Quando possibile camminiamo a piedi, portando con noi un peso, meglio se di forma irregolare: ci sono studi che mostrano come portare in braccio un bambino, oltre che un’esperienza piacevole, sia un utile allenamento.
  • Ricordiamoci di annoiarci un po’: rimanere da soli con i nostri pensieri stimola la creatività.
    Ogni tanto rinunciamo a qualche confort, mettiamoci in situazioni in cui dobbiamo sopportare la fatica, un po’ di freddo o saltare un pasto. Potremmo scoprire che un piccolo disagio ci aiuta a stare meglio con noi stessi.
  • Rinunciamo per quanto possibile al cibo spazzatura, soprattutto impariamo a non usarlo come ansiolitico, ricordando che anche i momenti di digiuno sono utili al nostro organismo.

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