PIO XII – Prelievo e trapianto di tessuti e di organi (1956)

Il 14 maggio 1956 Pio XII ricevette alcuni delegati dell’Associazione italiana donatori di cornea e dell’Unione italiana ciechi, nonché alcuni medici oftalmologi e docenti di medicina legale, ai quali rivolse un discorso che verteva principalmente sul prelievo della cornea. Egli ampliò tuttavia le sue considerazioni, e in seguito la chiesa cattolica ha visto in questo discorso un punto di riferimento per i problemi etici posti dal prelievo dopo la morte e dal trapianto di tessuti e di organi. Pio XII rifiutava di considerare il corpo del singolo individuo deceduto come appartenente all’umanità intesa quale totalità. Tuttavia accettava pienamente il principio del prelievo di tessuti e di organi da un cadavere a scopo terapeutico e anche scientifico, a condizione che il corpo sia trattato con rispetto e che i diritti e sentimenti della famiglia non siano violati. Approvava il dono anticipato di tessuti, di organi e anche dell’intero corpo ed esortava a una educazione prudente del pubblico che aiuti le famiglie a consentire al prelievo di un organo dal corpo di un parente prossimo deceduto. Non accennò ai problemi posti dal prelievo da persona vivente.

Ci avete chiesto, signori, una parola di orientamento, di approvazione e di incoraggiamento per la vostra associazione, che vuole aiutare i ciechi e coloro la cui funzione visiva è lesa con le risorse tecniche e scientifiche della chirurgia moderna. Ben volentieri trattiamo in questo breve discorso dello scopo che vi proponete. L’abbondante documentazione che Ci avete fornito supera di molto il tema preciso che intendiamo sviluppare. Essa riguarda l’insieme del problema, sempre più acuto, del trapianto di tessuti da una persona a un’altra sotto i vari aspetti biologico e medici, tecnico e chirurgico, giuridico, morale e religioso. Ci limitiamo agli aspetti religiosi e morali del trapianto della cornea, non tra persone viventi (tema di cui non tratteremo oggi), ma da un corpo morto su un vivente. Saremo tuttavia obbligati a sorpassare i limiti di questo quadro ristretto per parlare di alcune opinioni che abbiamo riscontrato in questa occasione.
Noi abbiamo esaminato i vari rapporti che ci avete trasmessi; per la loro obiettività, sobrietà e precisione scientifica, i chiarimenti che essi offrono sui presupposti necessari per un trapianto di organi, la sua diagnosi e la sua prognosi, hanno suscitato in Noi una profonda impressione.

 

Questioni di terminologia

Prima di affrontare il tema propriamente detto, Ci sia concesso di fare due osservazioni di carattere più generale. La ‘terminologia’ che abbiamo trovato nelle relazioni e nei testi stampati distingue ‘autoinnesto’, o trapianto di tessuti da una parte all’altra del corpo di uno stesso individuo; ‘omoinnesto’, o trapianto di tessuti da un individuo all’altro della stessa specie (cioè, nel nostro caso, da uomo a uomo); e infine ‘eteroinnesto’, o trapianto di tessuti tra due individui di specie diverse (cioè, nel nostro caso, tra un animale e un organismo umano). Quest’ultimo caso richiede qualche precisazione dal punto di vista religioso e morale. Non si può dire che ogni trapianto di tessuti (biologicamente possibile) tra individui di specie diverse sia moralmente condannabile, ma è ancora meno vero che ogni trapianto eterogeneo biologicamente possibile non sia vietato o non possa sollevare obiezioni. Si deve distinguere a seconda dei casi e vedere quale tessuto e quale organo si tratta di trapiantare. Il trapianto di ghiandole sessuali animali sull’uomo è da respingere come immorale; invece il trapianto della cornea da un organismo non umano ad un organismo umano non solleverebbe nessuna difficoltà morale se fosse biologicamente possibile e indicato. Se si volesse fondare sulla diversità della specie la proibizione morale assoluta del trapianto, bisognerebbe, a rigor di logica, dichiarare immorale la terapia cellulare che attualmente viene praticata con frequenza crescente: si prelevano spesso cellule viventi da un organismo non umano per trapiantarle in un organismo umano, dove esercitano la loro funzione. Abbiamo trovato nelle spiegazioni terminologiche dell’opera di più recente edizione una osservazione che riguarda il tema stesso di questo Nostro discorso. Vi si precisa che l’espressione ‘innesto’ usata per designare il trapianto di parti di un corpo morto in un uomo vivente e inesatta e adoperata impropriamente. Il testo dice: «Impropriamente viene chiamato ‘innesto’ anche l’impiego di tessuti ‘fissati’ (morti e conservati); mentre sarebbe più esatto parlare di ‘impianto’ o di ‘inclusione’ di un tessuto morto in un tessuto vivente». Spetta a voi valutare questo parere da un punto di vista medico; da un punto di vista filosofico e teologico la critica è giustificata. Il trapianto di un tessuto o di un organo da un morto a un vivente non è trapianto da uomo a uomo: il morto era uomo, ma non lo è più.
 

Bisogna distinguere tra organismo fisico e organismo morale

Abbiamo rilevato inoltre nella documentazione stampata un’altra osservazione che si presta a confusione e che riteniamo dover rettificare. Per dimostrare che l’asportazione di organi necessari al trapianto, fatta da un essere vivente all’altro, è conforme alla natura e lecita, la si equipara a quella di un organo fisico determinato fatta nell’interesse di un organismo fisico totale. Le membra dell’individuo sarebbero quindi considerate come parti e membra dell’organismo totale costituito dall’‘umanità’; allo stesso modo –o quasi– che esse costituiscono le parti dell’organismo individuale dell’uomo. Si argomenta allora dicendo che se è permesso, in caso di necessità, sacrificare un membro particolare (mano, piede, occhio, orecchio, rene, ghiandola sessuale) all’organismo dell’‘uomo’, sarebbe ugualmente permesso sacrificare tale membro particolare all’organismo ‘umanità’ (nella persona di uno dei suoi membri malati e sofferenti). Lo scopo cui mira questa argomentazione, rimediare al male altrui o almeno attenuarlo, è comprensibile e lodevole, ma il metodo proposto, e la prova con cui viene appoggiato, sono errati. Si trascura qui la differenza essenziale tra organismo fisico e organismo morale, come pure la differenza qualitativa essenziale tra i rapporti delle parti con il tutto in questi due tipi di organismi.
L’organismo fisico dell’‘uomo’ è un tutto quanto all’essere; le membra sono parti unite e legate tra di loro quanto all’essere fisico stesso; sono talmente assorbite dal tutto da non avere alcuna indipendenza, esistono solo per l’organismo totale e non hanno altro fine che il suo. Ben altrimenti avviene per l’organismo morale che è l’umanità. Questo non costituisce un tutto se non quanto all’agire e alla finalità; gli individui, in quanto membri di questo organismo, non sono che parti funzionali; il ‘tutto’ non può dunque porre nei loro riguardi se non esigenze concernenti l’ordine dell’azione. Quanto al loro essere fisico, gli individui non sono in alcun modo dipendenti gli uni dagli altri né dall’umanità; l’evidenza immediata e il buon senso dimostrano la falsità dell’affermazione contraria. Per questa ragione, l’organismo totale che è l’umanità non ha alcun diritto di imporre agli individui esigenze nel campo dell’essere fisico, in virtù del diritto di natura che possiede il ‘tutto’ di disporre delle parti. L’asportazione di un organo particolare sarebbe un caso di intervento diretto, non solo nella sfera di azione dell’individuo, ma anche e principalmente in quella del suo essere, da parte di un ‘tutto’ puramente funzionale: ‘umanità’, ‘società’, ‘Stato’, al quale l’individuo umano è incorporato in quanto membro funzionale e soltanto quanto all’agire. In un contesto del tutto diverso, abbiamo già in precedenza sottolineato il senso e l’importanza di questa considerazione e ricordato la distinzione necessaria, di cui bisogna accuratamente tener conto, tra organismo fisico e organismo morale. Fu nella Nostra enciclica del 29 giugno 1943 sul ‘Corpo mistico di Cristo’. Riassumevamo allora quanto abbiamo appena detto in poche frasi, che dei non teologi non potrebbero forse affermare immediatamente a causa della forma concisa, ma nelle quali troverebbero, dopo una attenta lettura, una migliore comprensione della differenza che comportano le relazioni tra il tutto e la parte nell’organismo fisico e in quello morale. Bisognava allora spiegare come il semplice credente era parte del Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, e la differenza tra questa relazione e quella che esiste in un organismo fisico. Noi dicevamo allora:
«Mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro in modo che le singole godano pienamente di una propria personalità. Se poi consideriamo il mutuo rapporto del tutto e delle singole membra esse in ogni corpo fisico vivente sono in ultima istanza destinate soltanto a profitto di tutto il composto; mentre, in una compagine sociale di uomini, nell’ordine della finalità dell’utilità, l’ultimo scopo è il bene di tutti e di ciascun membro, essendo essi persone»1.
 

La psicologia del cieco

Ritorniamo al nostro tema principale, la valutazione morale del trapianto della cornea da un morto su un vivente allo scopo di migliorare lo stato dei ciechi o di coloro che lo diventano; al loro servizio si pongono oggi la carità e la pietà di molti uomini compassionevoli, nonché i progressi della tecnica e della chirurgia scientifica, con tutte le loro risorse inventive, la loro audacia, la loro perseveranza. La psicologia del cieco ci permette di indovinare il suo bisogno di un aiuto improntato alla pietà e il modo riconoscente con cui lo riceve.
Il vangelo di Luca contiene una vivida descrizione della psicologia del cieco che è un capolavoro. Il cieco di Gerico, sentendo passare la folla, domandò che cosa significasse. Gli fu risposto che passava di là Gesù di Nazaret. Allora si mise a gridare: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!». La gente lo sgridava perché tacesse, ma quello continuava ancora più forte: : «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù ordinò allora che glielo conducessero. «Cosa vuoi che io faccia per te?». «Signore, che io riabbia la vista!». «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». E subito recuperò la vista e seguì Gesù lodando Dio2. Questo grido: «Signore, che io riabbia la vista!» risuona nelle orecchie e nel cuore di tutti; per questo voi tutti volete rispondervi e prestare, per quanto è in vostro potere, il vostro aiuto. Ci assicurate che il trapianto della cornea costituisce per molti malati un mezzo promettente di guarigione o almeno di attenuazione e di miglioramento. Ebbene, utilizzatelo e aiutateli nella misura del possibile e del lecito; naturalmente scegliendo i casi con molto discernimento e prudenza.
 

La chirurgia dell’occhio esclude speranze chimeriche

La documentazione che Ci avete fornito permette di rappresentarsi in qualche modo l’operazione che voi eseguite. Si può effettuare l’asportazione della cornea in due modi, come voi dite: sia per mezzo delle ‘cheratoplastiche lamellari’, sia per mezzo delle ‘cheratoplastiche perforanti’. Se si segue accuratamente la tecnica richiesta, l’occhio prelevato può conservarsi da 48 a 60 ore. Se le cliniche non distano troppo tra loro possono costituire una certa riserva di materiale pronto per l’uso e aiutarsi a vicenda secondo i bisogni dei casi particolari. Troviamo inoltre nella vostra documentazione informazioni sulle indicazioni del trapianto della cornea in generale e sulle sue possibilità di riuscita. La maggior parte dei ciechi, o di coloro che lo diventano, non sono in grado di profittarne. Voi mettete in guardia contro speranze utopistiche, per quanto riguarda la prognosi dei casi operabili. Scrivete: «E’ bene che il pubblico sappia che non sono possibili trapianti di altri tessuti oculari e tanto meno dell’occhio intero nell’uomo, ma è solo possibile sostituire, e solo parzialmente,la porzione più anteriore dell’apparato diottrico oculare». Per quanto riguarda il successo dell’intervento, Ci informate che su 4.360 casi pubblicati tra il 1948 e il 1954, dal 45 al 65% hanno avuto un risultato positivo e che una percentuale simile si riscontra nei casi non pubblicati; voi aggiungete: «Si è avuto un vantaggio rispetto alle condizioni precedenti»; nel 20% soltanto dei casi si sarebbe potuto ottenere «una visione più o meno vicina alla normale». Segnalate, per concludere, che in molti Paesi le leggi e le ordinanze dello Stato non permettono un ricorso più ampio al trapianto della cornea e che, di conseguenza, non si può aiutare un numero maggiore di ciechi o di coloro che perdono la vista. Questo per quanto riguarda il punto di vista medico e tecnico di vostra competenza.
 

Un problema religioso e morale

Dal punto di vista morale e religioso non c’è nulla da obiettare contro l’asportazione della cornea da un cadavere, vale a dire contro le cheratoplastiche sia lamellari che perforanti, quando le si consideri in se stesse. Per colui che le riceve, ossia il paziente, rappresentano un ripristino e la correzione di un difetto di nascita o accidentale. Per quanto riguarda il defunto a cui si toglie la cornea, non lo si lede in nessuno dei beni a cui ha diritto né si lede il suo diritto a tali beni. Il cadavere non è più, nel senso proprio della parola, un soggetto di diritto, perché è privo della personalità che sola può essere soggetto di diritto. L’asportazione non è neppure la sottrazione di un bene; gli organi visivi infatti (la loro presenza, la loro integrità) non hanno più nel cadavere il carattere di beni, perché non gli servono più e non hanno più relazione con alcun fine. Ciò non significa affatto che nei confronti del cadavere di un uomo non possano esserci, o non ci siano di fatto, obblighi morali, prescrizioni o proibizioni; ciò non significa neppure che i terzi, che hanno cura del corpo, della sua integrità e del trattamento di cui sarà oggetto, non possano cedere, o non cedano di fatto, diritti e doveri propriamente detti. Ben al contrario. Le cheratoplastiche, che non sollevano in se stesse nessuna obiezione morale, possono anche, per altri motivi, essere riprovevoli e anzi direttamente immorali.
 

Un cadavere umano non è una “cosa” qualsiasi. Quali regole impone il suo rispetto?

Bisogna in primo luogo denunciare un giudizio moralmente sbagliato che si forma nella mente dell’uomo, ma influenza di solito il suo comportamento esterno e che consiste nel mettere il cadavere umano sullo stesso piano di quello dell’animale o di una semplice ‘cosa’. Il cadavere animale è utilizzabile in quasi tutte le sue parti; altrettanto si può dire del cadavere umano considerato in modo puramente materiale, cioè negli elementi di cui si compone. Per alcuni, questo modo di vedere costituisce il criterio ultimo del pensiero e il principio ultimo dell’azione. Un tale atteggiamento comporta un errore di giudizio e un misconoscimento della psicologia e del senso religioso e morale. Poiché il cadavere umano merita di essere considerato in tutt’ altra maniera. Il corpo era la dimora di un’anima spirituale e immortale, parte costitutiva essenziale di una persona umana di cui condivideva la dignità; qualcosa di tale dignità è ancora in lui. Si può dire anche, poiché è una componente dell’uomo, che esso è stato formato ad “immagine e somiglianza” di Dio, la quale va ben al di là delle tracce generiche della rassomiglianza divina che si ritrova ugualmente negli animali privi di intelligenza e perfino nelle creature inanimate puramente materiali. Anche al cadavere si applica in qualche modo la parola dell’Apostolo: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi?”. Infine, il corpo morto è destinato alla risurrezione e alla vita eterna. Tutto ciò non vale per il corpo animale e prova che non basta la considerazione di “fini terapeutici” per giudicare e trattare convenientemente il cadavere umano.
D’altra parte, è vero ugualmente che la scienza medica e la formazione dei futuri medici esigono una conoscenza dettagliata del corpo umano e che si ha bisogno del cadavere come oggetto di studio. Le riflessioni esposte più sopra non vi si oppongono. Si può perseguire questo scopo legittimo accettando pienamente ciò che abbiamo detto. Da qui deriva altresì il fatto che un individuo voglia disporre del proprio cadavere e destinarlo a fini utili, moralmente ineccepibili e anche elevati (tra l’altro, per soccorrere uomini ammalati e sofferenti). Si può prendere una tale decisione nei riguardi del proprio corpo con la piena coscienza del rispetto che gli è dovuto e tenendo conto delle parole che l’Apostolo rivolgeva ai corinzi. Questa decisione non è da condannare, ma da giustificare positivamente. Pensate, per esempio, al gesto di don Carlo Gnocchi. A meno che le circostanze non impongano un obbligo, bisogna rispettare la libertà e la spontaneità degli interessati; abitualmente non si presenterà la cosa come un dovere o un atto di carità obbligatorio. Nella propaganda, si deve certamente osservare un riserbo intelligente per evitare seri conflitti esterni e interni. Bisogna inoltre, come spesso accade, rifiutare per principio ogni compenso? La questione rimane posta. È fuori dubbio che possono introdursi gravi abusi se si esige una retribuzione; ma sarebbe esagerato giudicare immorale qualunque accettazione o richiesta di compenso. Il caso è analogo a quello della trasfusione del sangue: è merito per il donatore rifiutare un compenso; non è necessariamente una colpa accettarlo.
 

Rispetto del diritto delle persone

L’asportazione della cornea, anche se perfettamente lecita in sé, può anche diventare illecita se viola i diritti e i sentimenti di terzi cui spetta la cura del cadavere, in primo luogo i parenti stretti; ma potrebbero essere altre persone in virtù di diritti pubblici o privati. Non sarebbe umano, per servire gli interessi della medicina o dei “fini terapeutici”, ignorare sentimenti così profondi. In generale, non dovrebbe essere permesso ai medici di effettuare asportazioni o altri interventi su un cadavere senza il consenso di coloro che ne sono incaricati, e forse anche in contrasto con le obiezioni anteriormente formulate dall’interessato. Non sarebbe neppure giusto che i corpi di pazienti poveri, nelle cliniche pubbliche e negli ospedali, siano destinati d’ufficio ai servizi di medicina e di chirurgia, mentre quelli dei pazienti più agiati non lo fossero. Il denaro e la posizione sociale non dovrebbero influire quando si tratta di non urtare sentimenti umani così delicati. D’altra parte bisogna educare il pubblico e spiegargli con intelligenza e rispetto che consentire espressamente o tacitamente a serie lesioni dell’integrità del cadavere, nell’interesse di coloro che soffrono, non offende la pietà dovuta al defunto quando si hanno per questo valide ragioni. Tale consenso può, malgrado tutto, comportare per i parenti prossimi una sofferenza e un sacrificio, ma questo sacrificio ha l’aureola della carità misericordiosa verso fratelli sofferenti.
 

Ciò che possono i poteri pubblici e ciò che non possono

I poteri pubblici e le leggi che riguardano gli interventi sui cadaveri devono, in generale, rispettare le stesse considerazioni morali e umane, poiché queste poggiano sulla natura umana stessa, che precede la società nell’ordine della casualità e della dignità. In particolare, i poteri pubblici hanno il dovere di vigilare alla attuazione, e anzitutto di prendere misure perché un cadavere non sia considerato e trattato come tale prima che la morte non sia stata debitamente constatata. Per contro, i poteri pubblici sono competenti per vigilare sugli interessi legittimi della medicina e della formazione medica; se si sospetta che la morte sia dovuta a una causa delittuosa o se c’è pericolo per la salute pubblica, bisogna che il corpo sia affidato alle autorità. Tutto ciò può e deve farsi senza mancare al rispetto dovuto al cadavere umano e ai diritti dei parenti prossimi. I poteri pubblici possono infine contribuire efficacemente a far penetrare nell’opinione la convinzione della necessità e della liceità morale di alcune disposizioni nei riguardi dei cadaveri, e così prevenire o rimuovere l’occasione di conflitti interiori o esterni nell’individuo, nella famiglia, nella società.
Circa due anni fa, il 30 settembre 1954, Noi abbiamo già espresso le stesse idee in un discorso all’VIII Congresso dell’Associazione medica mondiale o vorremmo adesso ripetere e confermare quel che dicevamo allora in breve paragrafo: “Per quanto riguarda l’asportazione di parti del corpo di un defunto a fini terapeutici, non si può permettere al medico di trattare il cadavere come vuole. Spetta all’autorità pubblica stabilire opportune regole. Ma neppure essa può procedere arbitrariamente. Vi sono testi di legge contro cui si posssono muovere serie obiezioni. Una norma come quella che permette al medico, in un sanatorio, di prelevare parti del corpo a fini terapeutici, escludendo qualsiasi scopo di lucro, non è ammissibile già a motivo della possibilità di interpretarla troppo liberamente. Si devono anche prendere in considerazione i diritti e i doveri di coloro cui incombe l’incarico del corpo del defunto. Infine, bisogna rispettare le esigenze della morale naturale che vieta di considerare o trattare il cadavere dell’uomo semplicemente come una cosa o come quello di un animale”.
Con la speranza di avervi dato così un orientamento più preciso e di aver facilitato una comprensione più profonda degli aspetti religiosi e morali di questo argomento, vi impartiamo di tutto cuore la Nostra benedizione apostolica.
 

Note:

1 Enc. Mystici corporis: AAS 35 (1943), pp. 221 s.
Nel testo ufficiale il brano citato dalla Mystici corporis è in latino; ne diamo una traduzione italiana, e riportiamo qui di seguito il testo latino:
« Dum enim in naturali corpore unitatis principium ita partes iungit, ut propria, quam vocant, subsistentia singulae prorsum careant; contra in mystico Corpore mutuae coniunctionis vis, etiamsi intima, membra ita inter se copulat, ut singula omnino fruantur persona propria. Accedit quod, si totius et singulorum membrorum mutuam inter se rationem consideramus, in physico quolibet viventi corpore totius concretionis emolumento membra singula universa postremum unice destinantur, dum socialis quaelibet hominum compages, si modo ultimum utilitatis finem inspicimus, ad omnium et uniuscuiusque membri profectum, utpote personae sunt, postremum ordinantur».
2 Cf. Lc 18, 35-43.
3 I Cor 6, 19.
4 AAS 46 (1954), p. 595.

Tratto da:
BIOLOGIA, MEDICINA ED ETICA
Testi del Magistero cattolico raccolti e presentati da PATRICK VERSPIEREN S.J.
Editrice Queriniana, Brescia – 1990, pp. 403÷411
Titolo originale: Biologie, médecine et éthique
Traduzione dal francese di PIETRO QUATTROCCHI
ISBN 88-399-1106-5