Per la frutta e la verdura, seguite le stagioni, non la moda

L’attuale sistema di consumo del cibo, in particolare vegetale, incentiva scambi con Paesi lontani e un enorme consumo di risorse energetiche, inquinamento e spreco di cibo. Per invertire la tendenza, occorre indirizzarsi su prodotti locali. Ecco quello che c’è da sapere

di Vita e Salute

Vi siete mai chiesti quanto inquina ciò che mangiamo? Se la risposta è negativa è giunto il momento non solo di farsi un esame di coscienza. Un primo test si può effettuare aprendo il frigo. Se ci sono pomodori, zucchine, melanzane, peperoni a gennaio; asparagi del Perù, fagiolini dall’Egitto, eccetera eccetera, state arrecando una minaccia all’ambiente. Se, invece, ci sono solo prodotti di stagione e della propria zona, che non hanno percorso migliaia di chilometri in aereo o su gomma, state seguendo una dieta ecosostenibile.

Che cosa rivela il dossier Coldiretti

Da un recente dossier della Coldiretti, emerge per esempio che gli asparagi del Perù per arrivare sulle nostre tavole percorrono quasi 11mila chilometri con un consumo di 6,28 kg di petrolio e l’emissione di 19,54 kg di anidride carbonica e i mirtilli dall’Argentina volano per quasi 12mila km, liberando nell’atmosfera 20,1 kg di anidride carbonica. Stando, poi, a un nuovo studio pionieristico realizzato dalla Fao, in collaborazione con il Centro comune di ricerca della Commissione europea e riferito al periodo 1990-2015, pubblicato nella rivista Nature Food, i sistemi alimentari errati di tutto il mondo sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni mondiali di gas a effetto serra di origine antropica.
Sempre secondo lo studio, il settore alimentare contribuisce per oltre un terzo delle emissioni globali di gas a effetto serra, con il 34% di biossido di carbonio e il 35% di metano rilasciati nell’atmosfera. E pensare che una famiglia mettendo nel carrello prodotti locali e di stagione, e ponendo attenzione agli imballaggi, riuscirebbe ad abbattere fino a 1.000 kg di anidride carbonica (CO2) l’anno.

La nostra impronta ecologica

Di fatto, questo inquinamento così diffuso incide pesantemente sul cambiamento climatico. L’impronta ecologica del cibo può infatti rivelarsi elevatissima, con grandi emissioni di CO2 rilasciate durante il ciclo di produzione, di trasporto e di acquisto. Ma che cos’è l’impronta ecologica? Si tratta di un indicatore di sostenibilità messo a punto a metà degli anni ‘90 del secolo scorso dallo studente svizzero Mathis Wackernagel e dal professore ecologista William Rees, dell’University of British Columbia. Più precisamente, misura la “porzione di territorio” (terra o acqua che sia) di cui una persona, una famiglia, una comunità, una città, una popolazione ha bisogno per produrre in modalità sostenibile le risorse che consuma, e per smaltire i rifiuti. L’impronta ecologica di qualsiasi popolazione (dal livello individuale fino a quello di città o di nazione) rappresenta il totale della terra e del mare, ecologicamente produttivi, occupati esclusivamente per produrre tutte le risorse consumate e per assimilare i rifiuti generati da una popolazione. E anche la superficie forestale necessaria ad assorbire le emissioni di anidride carbonica, quando si produce energia.
Quali sono le categorie di consumo utilizzate? Alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo, servizi. E le componenti considerate? Terra coltivabile, pascoli, foreste gestite, foreste naturali, superficie di mare vicino alla costa, terra urbanizzata, impiego di risorse non rinnovabili. L’impronta ecologica dell’Italia è di 4,2 ettari per persona (un ettaro = 10mila metri quadrati). Se si divide il numero della popolazione per la superficie di territorio disponibile si ottiene una capacità biologica di 1,3 ettari a persona. Si ha così un deficit ecologico di -2,9 ettari per persona: in pratica, servono altre due Italie per soddisfare i nostri livelli di consumo e produzione di scarti.

Spreco alimentare

Occorre considerare quindi l’impatto della produzione e commercializzazione di cibo. Modificare la sostenibilità del sistema alimentare globale e degli allevamenti intensivi degli animali. Diciamo sempre che non c’è cibo sufficiente per tutti, ma in realtà produciamo alimenti in eccedenza e così si presentano inevitabilmente problemi di distribuzione e l’inevitabile spreco. In pratica, un terzo del cibo – oltre il 30% – viene inutilizzato; in molti casi non raggiunge i punti vendita perché viene considerato inadeguato al consumo.
Il fatto che buttiamo quasi il 40% di cibo nel mondo lo conferma la Fao. La quota di noi italiani è di 70 Kg cadauno l’anno. A livello mondiale i dati della Fao parlano di un’emissione di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno. Tutto ciò per lo spreco alimentare. Sul banco degli imputati c’è il “Land Grabbing”, un fenomeno economico finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del Sud del mondo che sta distruggendo il Pianeta. L’obiettivo di queste acquisizioni massicce, soprattutto in Africa, Asia e America Latina è il possesso di terreni per lo sviluppo di monocolture. Pura sottrazione di terra alle popolazioni locali che si vedono costrette a produrre ciò che non gli serve e che le rende povere e dipendenti.
Secondo Carlo Petrini, storico fondatore di Slow Food, “Occorre mangiare prodotti di stagione locali, magari valorizzando il lavoro dei giovani contadini che tornano alla terra. È necessario ridurre fortemente lo spreco, partendo dai nostri comportamenti: comprare di meno e utilizzare tutto, un po’ come facevano i nostri nonni. Quello che ora si chiama economia circolare era l’abitudine di un tempo a non buttare via nulla. Necessario, poi, ridurre le proteine animali e aumentare quelle vegetali. Mangiamo infatti troppa carne: si è passati dai 40 kg l’anno dei miei tempi ai 95 kg l’anno attuali di consumo”.

Essere consumatori responsabili

Infine, ecco alcune regole d’oro per ridurre il nostro impatto ambientale grazie a consumi consapevoli.

  • Portate in tavola esclusivamente prodotti freschi, di stagione, di produttori locali e possibilmente a chilometro zero.
  • No a tutto ciò che viene importato o coltivato in serra in tutte le stagioni.
  • Occhio alle porzioni e alle quantità, facendo a meno di inutili scorte che restano poi in frigo o in dispensa e, una volta scadute, finiscono nella spazzatura.
  • Preferite alimenti bio, aderendo a gruppi di acquisto per ridurre i costi.
  • Mettete nel carrello alimenti imballaggi semplici, senza plastica, come cassette di legno o buste ecologiche e riutilizzabili.
  • Cercate di fare acquisti direttamente dal produttore (mercato corto), in modo da evitare i lunghi viaggi inquinanti delle merci.
  • Acquistate confezioni formato famiglia rispetto a quelle monodose.
  • Riciclate gli avanzi e non gettateli via.

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