La voglia di fare troppo ci toglie il tempo per vivere davvero

La tendenza a lavorare fino a sentirsi sempre stanchi è un modo per affermare se stessi. Non è però l’attitudine migliore per evitare numerosi malesseri piscofisici. Ecco a cosa ci porta la cultura della performance a tutti i costi

di Vita e Salute

Quanto lavoriamo? Troppo, eppure non ci basta mai. E spesso ci compiacciamo di essere perennemente stanchi, come se fosse l’unico modo di dimostrare che siamo attivi e competenti. Ma è proprio così? Tra i tanti a sollevare il tema c’è Maura Gancitano, filosofa e scrittrice, che ha aperto il dibattito poco tempo fa con un saggio intitolato La società della performance (con Andrea Colamedici, Tlon Edizioni). “Il riferimento è alla società dello spettacolo di Guy Debord, solo che oggi non siamo più solo spettatori ma performer”, spiega Gancitano. “Dobbiamo dimostrare di essere attivi, efficienti, veloci in ogni aspetto della nostra esistenza, nel lavoro come nella vita privata”. Una pressione che genera un senso di inadeguatezza, “spingendoci a pensare di non essere mai abbastanza bravi: viviamo il complesso dell’impostore, la sensazione di non essere mai all’altezza del ruolo che ricopriamo”.
Anche se oggi lavoriamo un decimo della nostra vita, e grazie alle machine produciamo più di quanto avvenisse agli inizi del ‘900, in realtà abbiamo un sacco di tempo libero, eppure molti si sentono in colpa se si fermano. Come se il valore del lavoro dipendesse dalla quantità di tempo impiegato, e non dal risultato.
E ancora, quando si parla di produttività, che cosa si intende esattamente? In genere, significa fare più cose nello stesso arco di tempo, o lo stesso numero di cose in minor tempo. Non è quindi detto che si debba lavorare più a lungo, anche se oggi spesso il metro di giudizio è proprio quello. Anzi, sembriamo ossessionati dalla necessità di darci da fare: è l’immagine classica del manager, ma il problema riguarda anche le donne, vittime dell’esigenza di tenere tutto sotto controllo, il lavoro come le incombenze familiari: il risultato è un carico mentale enorme.

Individuare le priorità

Come affrontare il problema? “Il difficile è capire come lavorare meno, ma meglio”, osserva Gancitano. Ci sono studi che spiegano come sia possibile riuscirci, e le persone cominciano a sollevare il problema. Tra l’altro, gli orari di lavoro sono già diminuiti e si continua ad andare in quella direzione. L’obiettivo, come aveva già detto Keynes nel 1930, dovrebbe essere lavorare meno e lavorare tutti. Il problema è che siamo educati soprattutto al lavoro, mentre dovremmo valorizzare il tempo libero, il vero momento importante della vita.
Il lavoro è ovviamente necessario per sopravvivere, “e può anche essere un modo per esprimere se stessi”, ricorda Gancitano. “Si tratta di capire come frenare la nostra lotta contro il tempo, che oggi consideriamo un capitale da spendere più che uno spazio da abitare”. Il problema non è nuovo se anche Seneca, che aveva affrontato questo tema nei suoi scritti, si lamentava dell’ansia di fare che ci impedisce di interessarci profondamente alle cose che facciamo. “Dobbiamo renderci conto che abbiamo bisogno di vero tempo libero, e fare attenzione a non riempirlo di attività”, spiega Gancitano, “noi vediamo l’ozio come un elemento negativo senza renderci conto che il non fare niente, la flanerie come i francesi definiscono il passeggiare lentamente senza meta, hanno una ragion d’essere, sono importanti anche dal punto di vista filosofico”.
Qualcosa però si può fare, intanto evitando di cadere negli automatismi, “cercando di riprenderci il tempo necessario per coltivare la creatività, che è una delle prime vittime di questa frenesia, e per capire cosa desideriamo veramente dalla vita”, suggerisce Gancitano. “E poi, dal punto di vista pratico, individuando le priorità e imparando a non disperdere le energie, a cooperare o delegare”. Il primo passo, forse, è rendersi conto che c’è un problema: spesso chi vive questa condizione non è portato a chiedere aiuto, vive la stanchezza come se fosse una normale conseguenza del lavoro, senza immaginare che ci si possa organizzare diversamente.

Regole d’oro: riprendiamo contatto con le nostre emozioni
  • Viviamo in una società orientata al lavoro, alla performance, che ci spinge a lavorare sempre di più ma anche a mostrarci attivi, a prescindere dai risultati.
  • Ecco allora le riunioni interminabili, l’esigenza di fare meglio dei colleghi, di rimanere in ufficio più a lungo di tutti.
  • Come se fosse il lavoro – e la capacità di essere “bravi” – a costituire la nostra identità: vale per tutti, dai manager alle casalinghe perfezioniste.
  • Il problema riguarda soprattutto chi è cresciuto in una famiglia esigente, in cui riuscire bene era indispensabile per essere apprezzati.
  • Per uscirne dobbiamo cercare di riscoprire noi stessi e le nostre esigenze, provare a riprendere contatto con le nostre emozioni e con quello che ci fa stare davvero bene.

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