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Farmaci: la tentazione delle pillole della felicità

Si cerca di risolvere solo con i farmaci problemi come depressione, ansia, fobie. Ma sospesa la cura, spesso c’è la ricaduta. Quale soluzione? Creare un binomio efficace tra psicoterapia e medicine

Anche il consumo dei farmaci nati per curare la depressione – e oggi usati sempre più spesso anche per trattare ansia, fobie o comportamenti ossessivi – è in aumento. Il problema è che spesso la piccola psichiatria – i disturbi più diffusi come ansia o depressione – è gestita dai medici di famiglia, anche perché gli psichiatri sono oberati di lavoro.

Di Vita&Salute

Può bastare una pillola per far sembrare il mondo più bello? È il sogno che ci vendono molte case farmaceutiche, e a volte anche noi ci scopriamo a pensare che sarebbe bello se la pillola della felicità esistesse davvero: non a caso l’antidepressivo Prozac era stato ribattezzato proprio così. Peccato che la realtà sia molto più complicata.

Partiamo dalla considerazione che i farmaci non sono buoni o cattivi, il problema semmai è l’uso che se ne fa. Sappiamo che dietro alcuni disturbi psichiatrici ci sono disfunzioni neurobiologiche, ma la mente umana è troppo complessa, e conosciamo troppo poco le diverse componenti che generano questi disturbi: biologiche, genetiche, ambientali, caratteriali.

Così, spesso un malessere dai contorni indefiniti diventa occasione per chiedere o vedersi prescrivere uno psicofarmaco. E i dati, anche in Italia, parlano di un consumo spesso indiscriminato di queste sostanze. Pensiamo alle benzodiazepine, i più diffusi tranquillanti usati come sonniferi o ansiolitici: sono prodotti che andrebbero utilizzati con prudenza e per brevi periodi, mentre in Italia sono tra i farmaci di classe C più venduti (Xanax e Tavor).

Offerta insufficiente

Anche il consumo dei farmaci nati per curare la depressione – e oggi usati sempre più spesso anche per trattare ansia, fobie o comportamenti ossessivi – è in aumento. Il problema è che spesso la piccola psichiatria – i disturbi più diffusi come ansia o depressione – è gestita dai medici di famiglia, anche perché gli psichiatri sono oberati di lavoro. E spesso il farmaco è la soluzione più facile, anche se le linee guida internazionali indicano quasi sempre la psicoterapia come prima scelta, valutando caso per caso quella più adeguata: ma in Italia le offerte di psicoterapia del servizio pubblico sono scarse, a differenza di quanto avviene in Paesi come l’Inghilterra, dove ci sono stati massicci investimenti in questo senso.

Esistono anche psicoterapie brevi che possono essere utili per trattare alcuni disturbi, ma sono poco diffuse e poco utilizzate dal servizio pubblico. In realtà, ci sono problemi che si possono gestire con pochi incontri, e anche persone che hanno solo bisogno di sentirsi dire che sono sane, che nella vita ci sono momenti in cui soffrire è normale.

In alcuni casi il farmaco può essere un utile supporto, ma se è usato troppo a lungo o non correttamente può diventare una stampella cui non si riesce più a rinunciare, e finisce con l’essere controproducente. Specialmente quando, come spesso avviene, il malessere è creato da problemi relazionali, ed è proprio su questa base che si può trovare una soluzione. Infatti, chi si deprime perché non riesce a vivere una relazione sentimentale serena, o a stare con gli altri, non si cura sedandone le reazioni ma insegnandogli a gestire il problema. Il supporto farmacologico può essere utile per sbloccare una situazione, ma per ottenere risultati duraturi è meglio passare attraverso la parola.

Facili scorciatoie

L’uso indiscriminato di farmaci è un problema comune a molte malattie, ma quando si tratta di ansia o disturbi dell’umore è aggravato dal fatto che in questo caso non ci sono correlati biologici evidenti, o indagini strumentali che aiutino a formulare una diagnosi. Consideriamo che il modo in cui gli esseri umani reagiscono al dolore è soggettivo, e dovuto a vari fattori, biologici ma anche caratteriali o esistenziali e questo crea il rischio di confondere la depressione – come reazione a eventi dolorosi – con la malattia.  

Così il farmaco diventa la scorciatoia più rapida, e spesso è usato in modo improprio.  Anche perché queste molecole possono avere effetti avversi pesanti, come la caduta del desiderio sessuale che spesso è causata dagli antidepressivi di ultima generazione. Mentre le benzodiazepine non dovrebbero essere usate in forma cronica.

Prima i vecchi poi i bambini…

Gli anziani sono la categoria di pazienti che più fa uso di benzodiazepine, anche se alcuni effetti collaterali di questi farmaci rappresentano per loro un rischio, perché possono contribuire al peggioramento di eventuali disturbi cognitivi e accrescere il rischio di cadute e conseguenti fratture. Quanto ai giovanissimi, altra categoria potenzialmente a rischio, da un recente report dell’Istituto Mario Negri di Milano risulta che in Italia 2 bambini e adolescenti ogni 1.000 ricevono la prescrizione di uno psicofarmaco, sebbene siano pochi quelli approvati per età pediatrica; senza contare che per molti farmaci – come gli antidepressivi – ci sono pesanti controindicazioni.

Tra risorse naturali e specialisti

Ecco in sintesi come orientarsi nel consumo di psicofarmaci.

  • È importante ricordare che gli psicofarmaci sono un supporto, non una soluzione: valutiamo con uno specialista se e quando è opportuno assumerli.
  • Gli antidepressivi di ultima generazione sono forse più adatti delle benzodiazepine per una terapia a medio termine, ma è importante che siano prescritti e monitorati da uno specialista, per valutare dosi e durata della terapia, monitorare eventuali effetti collaterali ed evitare la sindrome da sospensione che può essere causata da una brusca interruzione della cura.
  • Ricordiamo che non dobbiamo pretendere di essere sempre “al massimo”: tutti attraversiamo momenti difficili ed è giusto concedersi il tempo per superarli.
  • Impariamo a contare sulle risorse di cui disponiamo: attività fisica, preghiera e meditazione, ma anche l’incontro con l’arte, la musica o la natura possono aiutarci a ritrovare il benessere.    
  • Non isoliamoci da familiari e amici: il supporto dei nostri simili è una risorsa preziosa per la nostra salute mentale.
  • Se sentiamo di aver bisogno di aiuto, rivolgiamoci con fiducia a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra: prendersi cura della propria salute mentale non è indice di fragilità, ma di maturità.

AIDO ringrazia Fondazione Vita e Salute e la Chiesa Cristiana Avventista che con il suo 8×1000 sostiene la promozione di un percorso di informazione e sensibilizzazione sulla prevenzione e insieme un gesto concreto verso la promozione della cultura del dono.

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